I RAY-BAN WAYFARER HANNO ROTTO IL CA**O!

Ciao!

Oggi voglio parlare di una cosa che mi gira in testa da un po'. E probabilmente, dopo averla letta, qualcuno nel settore dell'occhialeria mi odierà.

Ma va bene così. 😂

Partiamo da una domanda.

MA PERCHÉ CA**O TUTTI GLI OCCHIALI ASSOMIGLIANO AI WAYFARER?

Sul serio.

Apri Instagram, scorri qualche campagna eyewear, guardi le nuove collezioni, entri in un negozio di ottica.

Eccoli.

Frontale squadrato, acetato, due rivetti, aste importanti.

Nero. Havana. Magari trasparente, perché siamo nel 2026 e dobbiamo pur sembrare contemporanei.

Cambiano i marchi, cambiano i prezzi, cambiano le campagne pubblicitarie.

MA L'OCCHIALE È SEMPRE QUELLO.

(Ovviamente sto esagerando. Ma neanche troppo.)

EVERYTHING LOOKS THE SAME.

I Wayfarer nascono nel 1952.

MILLENOVECENTOCINQUANTADUE.

Per capirci, nello stesso anno in cui Elisabetta II diventava regina del Regno Unito.

Sono passati 74 ANNI.

Abbiamo inventato Internet, gli smartphone, l'intelligenza artificiale, la stampa 3D. Abbiamo mandato robot su Marte e possiamo progettare praticamente qualsiasi forma davanti a uno schermo.

E noi?

Noi continuiamo a disegnare lo stesso occhiale.

74 anni e ancora dobbiamo parlarne.

Ora, prima che qualcuno mi venga a cercare sotto casa, chiariamo una cosa.

I WAYFARER SONO BELLISSIMI.

Sono un'icona del design. Hanno una storia, una personalità, un'identità fortissima. Sono stati indossati da musicisti, attori, artisti e milioni di persone.

Hanno fatto quello che ogni designer sogna: diventare riconoscibili senza bisogno di leggere il logo.

Quindi no, il problema non è Ray-Ban.

IL PROBLEMA SONO TUTTI GLI ALTRI.

O meglio, tutti quelli che continuano a pensare che per vendere un occhiale sia necessario farlo assomigliare a qualcosa che ha già venduto.

E qui la questione diventa interessante.

Perché il Wayfarer non è soltanto un modello. È diventato quasi una formula.

Un linguaggio estetico talmente familiare che basta cambiare qualche dettaglio per avere un prodotto apparentemente nuovo.

Due millimetri in più sul frontale.

Un ponte leggermente diverso.

Una cerniera più elaborata.

Un acetato giapponese.

Una bella campagna fotografica con un modello dall'aria annoiata.

BOOM. NUOVA COLLEZIONE.

E magari ci scriviamo pure REDEFINING THE FUTURE OF EYEWEAR.

Quale futuro, scusa? Quello del 1952? 😂

SPOT THE DIFFERENCE. (Se ci riesci.)

MA DOV’È FINITA L'IDENTITÀ?

Una delle cose che mi affascina di più del design è la capacità di creare identità.

Un oggetto dovrebbe raccontare qualcosa.

Di chi lo ha progettato. Di chi lo produce. Di chi sceglie di indossarlo.

Penso a certi occhiali di Alain Mikli, alle sperimentazioni di Pierre Cardin, al mondo quasi alieno di Oakley negli anni Novanta, alle provocazioni di Parasite Eyewear.

Potevano piacerti oppure farti schifo.

Ma avevano una cosa in comune.

NON CERCAVANO DI PIACERE A TUTTI.

E soprattutto, non cercavano necessariamente di assomigliare a qualcosa che esisteva già.

Parasite — un'altra idea di occhiale.

Oggi invece sembra che tantissimi marchi vogliano essere diversi facendo esattamente le stesse cose.

Stesse forme.

Stessi colori.

Stessi riferimenti vintage.

Stesse parole per raccontare il prodotto.

Timeless. Iconic. Contemporary. Authentic.

A un certo punto viene da chiedersi se stiamo ancora progettando oggetti oppure soltanto costruendo storie per venderli.

TUTTI VOGLIONO ESSERE ORIGINALI. FINCHÉ NON DEVONO VENDERE.

E qui arriva la parte scomoda.

Perché lavoro in questo settore e certe dinamiche le conosco.

Quando progetti una collezione puoi avere mille idee.

Disegni forme nuove, sperimenti proporzioni, cerchi qualcosa che possa distinguere davvero un brand.

Poi arriva la domanda.

"BELLO, MA NON POSSIAMO FARLO UN PO' PIÙ COMMERCIALE?"

E commerciale, molto spesso, significa familiare.

Qualcosa che il cliente ha già visto.

Qualcosa che il negoziante sa già vendere.

Qualcosa che non rischia di rimanere sullo scaffale.

Ed è comprensibile. Le aziende devono fatturare, i negozi devono vendere, le persone devono comprare.

Non viviamo nel mondo delle idee astratte.

Però c'è un problema.

SE TUTTI PROGETTIAMO SOLTANTO QUELLO CHE SAPPIAMO GIÀ VENDERE, CHI PROGETTA QUELLO CHE VENDEREMO DOMANI?

Pensaci.

Anche i Wayfarer, quando sono nati, rappresentavano una rottura rispetto a molte delle forme dominanti dell'epoca.

Non sono diventati un'icona perché qualcuno ha copiato un Wayfarer.

Sono diventati un'icona perché qualcuno ha fatto qualcosa di diverso.

E oggi li copiamo proprio perché hanno avuto il coraggio di essere diversi.

Assurdo, no?

FORSE IL PROBLEMA SIAMO ANCHE NOI.

Sì, noi.

Designer, brand, ottici, consumatori.

TUTTI.

Perché è facile lamentarsi del fatto che il mercato proponga sempre le stesse cose.

Ma poi?

Quando dobbiamo scegliere un paio di occhiali, quanti di noi hanno davvero voglia di indossare qualcosa di diverso?

Qualcosa che non abbiamo già visto addosso a un attore, a un influencer o a qualche personaggio famoso?

Quanto siamo disposti a uscire dalla nostra zona di comfort?

E non parlo necessariamente di indossare un'astronave sulla faccia.

No, non serve necessariamente indossare un'astronave. (Ma perché no?)

Un occhiale innovativo può anche essere semplice, leggero, minimale.

Può avere una costruzione intelligente, un materiale insolito, una soluzione tecnica che non avevamo mai considerato.

Non serve essere eccentrici per essere originali.

SERVE AVERE QUALCOSA DA DIRE.

NON ABBIAMO BISOGNO DI UN ALTRO WAYFARER.

ABBIAMO BISOGNO DEL PROSSIMO WAYFARER.

Di un occhiale che oggi magari ci sembra strano, che non tutti capiscono, che qualche buyer considera troppo rischioso.

Ma che tra cinquant'anni potrebbe essere ricordato come un oggetto capace di cambiare le regole.

E forse, per arrivarci, dovremmo smettere di chiedere continuamente alle tendenze cosa dobbiamo disegnare.

Guardare meno quello che fanno gli altri.

Fidarsi un po' di più delle proprie idee.

Sbagliare, anche.

Perché non credo che il problema sia la mancanza di creatività.

CREDO CHE IL PROBLEMA SIA LA PAURA DI USARLA.

Comunque, non voglio fare il rivoluzionario dell'occhialeria.

È soltanto una riflessione di uno che passa buona parte delle sue giornate a disegnare montature e che, ogni tanto, si chiede se stiamo andando davvero da qualche parte.

E soprattutto, non voglio convincerti che i Wayfarer siano brutti.

Magari ne hai un paio sul naso proprio mentre stai leggendo.

(Tranquillo, non ti giudico. Forse.)

Però una domanda te la voglio lasciare.

SE DOMANI SPARISSERO TUTTI I WAYFARER E TUTTE LE MONTATURE CHE GLI ASSOMIGLIANO, QUANTI BRAND AVREBBERO ANCORA UNA VERA IDENTITÀ?

Io una risposta me la sono data.

Ma sono curioso di conoscere la tua.

Bene, ti lascio. Devo tornare a disegnare occhiali.

Sperando che nessuno mi chieda di fare un altro Wayfarer.

Ciao!

Cesare Di Clemente

Eyewear Designer